Una Poltrona per Due, l’inchiesta di Report sul settore dei mobili imbottiti

Era il 1983, quando John Landis scelse due giovanissimi Dan Aykroyd ed Eddie Murphy per un film ormai passato alla storia per quel sottile riverbero di magico e surreale che di solito colorano i migliori film natalizi: Una Poltrona Per Due.

Ci piacerebbe in questo post, poter ricordare le sensazioni di quella commedia distensiva e potervene raccontare la storia, ma nella Poltrona per Due che titola il nostro articolo, di magico e rilassante c’è davvero poco. Vogliamo infatti darvi nota di un’inchiesta, già operativa dal 2007 e  messa in luce da quel gran bel programma firmato Rai, che risponde al nome di Report.

Ripercorrendo la metafora cinematografica però possiamo distinguere anche qui due diversi personaggi-protagonisti di un caso che sta facendo discutere (o che meglio, meriterebbe di essere discusso in sedi ben più accreditate di queste) e non limitatamente alle zone d’Italia interessate dall’inchiesta.

Ma andiamo con ordine. Ci troviamo a Forli, città la cui firma distintiva è quella industriale, in particolar modo quella del settore del mobile imbottito, comunemente detto “divano” (da qui il provocatorio titolo inquisitorio). Già, proprio quelle bellissime sedute e poltrone che utilizziamo per arredare, talvolta con gusto, talvolta meno, le nostre case, che rischiano di arrivarci sempre con meno qualità e con la piena difficoltà di tante aziende italiane, costrette a rivedere numeri e produzioni a causa di quanto stiamo per rivelarvi.

A lanciare l’allarme è Pasquale Natuzzi, uno dei leader di mercato nel settore del mobile imbottito, e forse l’unico ancora ad avvalersi e a credere con determinazione, alla manodopera esclusivamente italiana all’interno delle sue fabbriche. Negli ultimi anni è infatti emerso un fenomeno particolare, che è riuscito nell’impresa di “maggiorare”, passateci il termine, la proliferazione di aziende cinesi del 135%, a scapito di tutte quelle aziende italiane fautrici del Made in Italy che non possono, per ragioni abbastanza ovvie ma che andremo comunque a spiegarvi nel dettaglio, competere con i costi dei terzisti asiatici.

E’ sotto gli occhi di tutti ormai infatti, la produzione tipicamente “meid in itali”, portata avanti da lavoratori irregolari cinesi che, lavorando in capannoni fatiscenti e ad un costo bassissimo, riescono a produrre divani e poltrone a prezzi fuori mercato. Il taglio delle gambe alle piccole (ma anche grandi) aziende artigiane locali è dunque inevitabile e lo spettro di quella che possiamo riconoscere come “concorrenza sleale che distorce il mercato”, è ormai divenuta molto più che una semplice ombra.

Basterebbero dei semplici controlli in più, direte voi… e l’osservazione è oltremodo coerente ma, lo stesso Pasquale Natuzzi, intervistato da Report nel video che vi postiamo a chiosa di questo post, ammette: “Quali controlli?” A onor del vero, va detto che le forze dell’ordine preposte alla verifica del corretto funzionamento delle filiere produttive, effettuano i controlli ma di fronte ad un sommerso enorme, le aziende cinesi riescono tranquillamente a pagare eventuali multe, dichiarare fallimento e riaprire con ragioni sociali diverse (ecco spiegato forse quel +135%?). Un circolo che diventa dunque vizioso, di fronte all’impossibilità (o scarsa volontà) di verifica, di alcuni trucchi del mestiere divenuti ormai prassi nelle logiche di mercato.

Un trucco abbastanza utilizzato anche da aziende italiane che si avvalgono di terzisti (nel video viene citata anche la rinomata Chateau D’Ax), è ad esempio quello di dichiarare per un lavoratore “x” l’assunzione a part-time, mettendo a nero le ulteriori ora effettive lavorate. Questo abbassa di norma la tassazione di contratto e da dunque più potere economico all’azienda stessa. Le aziende che si avvalgono di terzisti si difendono però sostenendo l’impossibilità di verificare la manodopera utilizzata dal terzista  (se questo cioè si affida a manodopera cinese risparmiando sul costo lavoro, o meno) e si torna dunque all’inizio, sempre per dare onore e merito al circolo (di vizio) di cui parlavamo prima.

In sostanza, in questo mare di parole, il discorso può essere ridotto ad un’equazione abbastanza semplice, ma non semplicistica: il costo lavoro di un lavoratore cinese è minore di quello di un italiano, affidarsi dunque a questi riduce il costo di produzione e permette di “vendere” i prodotti a basso prezzo, abbassado notevolmente però il livello della qualità. Impedendo del resto ad aziende la cui produzione è esclusivamente italiana (vedi Natuzzi), di competere con i prezzi di mercato.

La denuncia-appello di Pasquale Natuzzi è dunque questa, orientata perlopiù a far tornare la produzione italiana a livelli che le competono, utilizzando valori e manodopera nazionali in linea con il Made In Italy vero e proprio. Evitando cosi un processo di concorrenza sleale che ha costretto la società, quotata alla Borsa di New york tra le altre cose, a cassintegrare oltre mille dipendenti dei 3200 attualmente in organico.

A questo punto non ci rimane che segnalarvi il servizio di Report in merito a questo importante discorso, visionabile al video qui in basso:

Una Poltrona per Due, l’inchiesta di Report sul settore dei mobili imbottiti

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